Intervista a Ian Paice, il batterista dei Deep Purple

2018

Ian Paice, il famoso batterista dei Deep Purple, intervistato da Tatiana e Alessandro Stefanoni.

 

Alessandro (A): Prima di tutto, hai fatto un buon viaggio per arrivare qui?

Sì, è facile venire nel nord Italia da Londra: sali sull’aereo, ti addormenti e sei arrivato!

A: Un’ora e mezza di viaggio, giusto?

Sì, una cosa del genere. Ma non c’è nessun problema, ci metto di più a guidare a nel traffico di Londra.

A: E’ la tua prima volta qui a Bergamo?

No, sono già stato a Bergamo. Non ricordo se con i Deep Purple o per altri show minori che ho la necessità di fare perché mi permettono di continuare a suonare. È molto importante per noi musicisti. Quando ho finito il tour con i Deep Purple era novembre dello scorso anno e non ho suonato fino a maggio: è tanto tempo senza salire sul palco. Così i miei amici mi hanno permesso di andare con loro e di godersi un po’ di musica con loro, e questo mi aiuta a tenere le mani in movimento e di ricordare.

A: A proposito della tua vita, quanti anni avevi quando hai iniziato a suonare la batteria?

Ho ricevuto la mia prima batteria quando avevo 15 anni, ma prima di questo costruivo tamburi da tutto ciò che potevo: vecchie scatole di biscotti ricoperte di scotch e fatte suonare. Quindi ho iniziato a tamburellare sugli oggetti quando avevo circa 12 anni. E, quando mio padre vide che questa cosa non si sarebbe fermata, per il mio quindicesimo compleanno mi regalò la mia prima batteria, molto piccola e terribile.

A: Ma so che hai iniziato con il violino?

Ho avuto un violino per circa tre mesi

A: Solo tre mesi?

Volevo fare qualcosa che avesse a che fare con la musica, ma vivevamo in una casa molto piccola quindi quando suonavo dovevo essere silenzioso e non dovevo fare troppo rumore. Era un violino piccolo e facile da suonare. Ho provato a suonarlo, ma poi l’ho capovolto e ho iniziato a tamburellare su questo e sentivo che suonava bene, meglio del normale suono del violino. (Versi del suono del violino)

Tatiana (Ta): Non è come un tamburo (riferita al violino)

No, non per me.

A: Sappiamo che sei un batterista mancino. È un vantaggio essere mancino?

E’ un vantaggio per tante ragioni: se sei mancino suoni da una parte e se sei destrorso dall’altra, ma il vantaggio è che se io voglio imparare a suonare qualcosa da qualcun altro, suono semplicemente di fronte ad uno specchio. Nello specchio sono destrorso e così riesco a capire quello che fanno e posso vedere le cose “da destrorso”. Ma quando suono qualcosa io è veramente difficile per gli altri capire quello che faccio perché è “al contrario”.

A: Quindi credo che tu sia stato “lo specchio” per molti batteristi!

Quando voglio provare a suonare qualcosa, anche se ora non ho più molto tempo per esercitarmi suonando – sai, quando sei piccolo hai tutto il tempo per te stesso mentre nella vita adulta hai famiglia, impegni lavorativi e tutto ciò che occupa il tuo tempo – ma quando insomma avevo tempo di esercitarmi a suonare, avevo sempre un grande specchio davanti a me così apparivo come tutti gli altri, quindi per me era molto facile comprendere le cose, suonarle e cambiarle. Quando mi vedo suonare da mancino in un video, mi confondo persino io.

A: Hai suonato e suoni con i Deep Purple, Whitesnake, Paice Ashton Lord, Gary Moore e con Paul McCartney, solo per avere alcuni esempi, ma chi è il tuo migliore amico nel mondo della musica?

Mmh, è difficile parlare di “migliore amico”. Quando lavori in una band e viaggiate per tutto il mondo, questo diventa la tua unica cerchia di amicizie, quindi sono tutti tuoi migliori amici. Ma quando non lavori con loro, allora vedi altre le persone e ti leghi a loro, con cui hai solo rapporti puramente sociali e non di lavoro. Ce ne sono così tanti che è difficile dire chi sia il mio migliore amico. Carmine Appice è un grande amico, il musicista inglese di Rock n Roll degli anni cinquanta Joe Brown è un grande amico. Io non lavoro con questi ragazzi, io socializzo, ed è differente. Ce ne sono tantissimi: anche George Harrison era un grande amico. Non lavoriamo insieme, quindi non c’è quella pressione, quello stress del lavoro, semplicemente si esce con quel amico per un drink o per mangiare fuori o solamente per parlare.

A: Siete amici “nella musica”

Sì, ci sono molte cose nella vita e non solo la musica. Quando fai musica per lavoro, per la tua vita, è veramente impegnativo e occupa molto tempo, e quando finisci e hai del tempo libero, non vuoi parlare di musica. Parli di tutto: calcio, birra, donne, ma non parli di musica.

A: Quindi parliamo troppo della radio ahah

Ecco qua ahah

Ta: Lavoriamo tutti insieme in una radio e come te…

Quando si finisce di lavorare, basta, non se ne parla.

Ta: Siamo quasi come una famiglia, ma quando finiamo di lavorare no, si parla di qualsiasi altra cosa. Parliamo di calcio, donne…

Sì, capisci quello che intendo. Si parla di qualsiasi altra cosa.

A: Qual è il miglior momento che ricordi della tua carriera?

Ehm, penso che sia – la cosa importante che ho realizzato è che, qualsiasi cosa io stessi suonando alla batteria, le persone che guardano e prendono appunti, mi ricorderanno. Una volta che capisco ciò che sta succedendo, avviene quasi un cambiamento dentro di me e nella mia convinzione. Se sei un grande cantante, anche se sei un bambino, e se hai quel sound nella tua voce e questo è unico per te, lo ricorderai perché nessuno ha il tuo stesso suono. Per uno strumentista, non è la stessa cosa: puoi contare solo su qualcosa di fisico e concreto per creare il tuo sound. Potrebbe essere la chitarra, che non sarà unico ma potrà essere differente –  si capisce quando sta suonando Brian May dei Queen perché aveva il suo sound, si capisce quando sta suonando Jimi Hendrix perché aveva quel particolare sound, quindi ci sono delle piccole differenze. La batteria non è una strumento personale, quindi se riesci a fare qualcosa riguardo a questa cosa e permetti alla tua personalità di passare attraverso ciò che hai creato, e questo piace alle persone e di conseguenza si crea un legame tra te e loro, queste ricorderanno il batterista. Una volta che lo realizzi, che realizzi che stai facendo qualcosa di giusto e non deve per forza essere qualcosa di musicalmente corretto, deve essere qualcosa di artisticamente corretto. Se io suono con emozione e sentimento e li trasmetto a te, allora abbiamo una conversazione, non attraverso gli occhi o la bocca, ma tra i nostri cervelli: io faccio qualcosa e tu lo comprendi – ecco come la musica deve lavorare. Ma per la batteria, questo è insolito: ci sono così tante band con batteristi fantastici ma nessuno sa chi sono, perché manca qualcosa: un legame personale e non è incentrato sulla musica, è incentrato sulla domanda “posso dirti quello che sto provando?”. Se riesco a fare questo, allora sei interessato a me. È qualcosa che non puoi pianificare, o lo fai o non lo fai. Quindi ad un certo punto all’inizio della mia carriera, devo aver fatto qualcosa senza averci pensato, che è aver comunicato con altre persone, e sono fortunato che loro si ricordino di me.

Ta: Credo la comunicazione venga dal profondo, da dentro di noi.

Sì, è una cosa primordiale, viene da prima che noi camminassimo in posizione eretta, quando noi ancora camminavamo piegati così. Il primo strumento fu un tamburo, e il primo batterista è stato un ragazzo che lo colpiva. Per noi è semplicemente primordiale, la comprensione del ritmo. Prima delle note e delle melodie c’era il ritmo. E se riesco a comunicarti quel ritmo e tu lo comprendi, allora stiamo comunicando. Ci possono essere due batteristi con la stessa batteria che suonano la stessa musica: uno suona e tu sei come annoiato, l’altro suona la stessa musica e tu tieni il tempo con mani e piedi e non capisci dove sta la differenza. Ma è questa la magia, c’è una differenza: uno sta parlando con te e tu lo capisci, e l’altro sta parlando con te in una lingua straniera e non capisci nulla.

A: Parlando dei musicisti che suoneranno con te stasera: li hai scelti tutti tu? E la maggior parte sono italiani, come hai fatto a conoscerli?

Nel corso degli anni ho fatto questi piccoli show, semplicemente per mantenere l’abilità di stare sul palco e per essere abile di suonare al meglio che posso. E in questi periodi trovi ed incontri persone che sono un po’ meglio (di te). E quando sei abbastanza fortunato, come stasera, puoi avere 3-4 di queste persone che sono un po’ meglio insieme e così hai una bella band. Io faccio veramente poco per questo, io accetto la possibilità di suonare con queste persone ma lascio loro tutta l’organizzazione. In pratica è il loro concerto e io sono l’ospite. Questi ragazzi lavorano insieme tutto il tempo, si conoscono e io devo integrarmi tra loro e questo è il modo in cui deve essere.

A: Un’ultima domanda: com’è la tua vita di tutti i giorni? Quando non sei sul palco

Molto normale e ordinaria, e voglio che sia così. Ho amici che vivono come rock stars ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, cinquantadue settimane all’anno. Prima o poi diventeranno pazzi, perché non è reale; l’unica volta in cui questa vita è reale è sul palco, per il resto del tempo non è reale perché devi fare questo tipo di cose/queste cose (ndr. Si riferisce a fare interviste). Quando finisci di lavorare devi essere in grado di chiudere la porta e spegnere tutto. È come essere a Disneyland: puoi stare lì per un po’ di tempo, ed è fantastico, ma non puoi stare lì per sempre perché altrimenti diventi matto. Il lavoro di rock star è favoloso, essere sul palco è favoloso, non è la solita cosa che le persone fanno, ma non devi essere una persona eccezionale per fare un lavoro straordinario. Una volta che capisci che il lavoro è terminato – e per me, per continuare a fare questo lavoro per ancora cinquant’anni magari, è fondamentale essere in grado di spegnere tutto una volta terminato e dimenticarmene. Quindi la mia vita fuori dal palco è esattamente normale: vado al supermercato, cerco di non essere riempito di spazzatura da portare fuori casa, vengo rimproverato da mia moglie perché la stanza non è pulita; tutte le cose che anche tu fai (riferito a T) e che anche tu fai (riferito a Ta). Questo per me è normale, ed è una cosa fantastica, perché in realtà ho tre vite: vivo una vita domestica a casa, poi vivo un’altra vita quando sono sul palco; in questa vita sul palco ho la capacità di tornare ancora un ragazzo di quindici anni, perché è questo cioè che accade per quelle due ore sul palco: mi trasformo in un ragazzino quando suono. Quindi sono fortunato perché, quando la “prima” vita diventa troppo noiosa, posso cambiare e vivere la seconda, e questo è un dono meraviglioso.

A&Ta: Grazie mille e continua a rockkeggiare!